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Nel paese dei Moratti di Giorgio Meletti

8 Dicembre 2010 26 commenti

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Seduto su una scomoda sedia, col telefono incastrato tra l’orecchio e la spalla, in un cortile circondato da muri di basalto, conosco Giorgio Meletti, giornalista da 30 anni, per 10 collaboratore del Corriere della Sera. Si è sempre occupato di finanza ed economia. Per la prima volta tratta di morti bianche e lo fa cristallizzando la sua ricerca all’interno de “Nel paese dei Moratti”. Nel suo lavoro tratta la vicenda occorsa il 26 maggio del 2009 a Daniele Melis, Luigi Solinas e Bruno Muntoni a Sarroch, nella raffineria dei Moratti, la Saras, morti a seguito di intossicazione da azoto veicolato senza sosta, all’interno di una cisterna, da un’innocente manichetta. In un periodo in cui si è in grado di effettuare complicatissimi trapianti di trachea, in cui è stata riscontrata l’esistenza dell’acqua su Marte e si dispone di tecnologie all’avanguardia, tre uomini muoiono in una qualunque giornata della loro vita, una mattina escono di casa per non farvi più ritorno. L’analisi di Meletti comincia col porre la vicenda sotto una lente di ingrandimento e ne cerca un incastro nell’ambito della vita politico – economico – finanziaria dell’ultimissima Itlalietta. Utilizzando la fatale vicenda per misurare il capitalismo in Italia ed il suo stato di salute, sfrutta un criterio simile a quello adottato per la pittura medioevale, in cui le regole della prospettiva venivano sovvertite e le proporzioni ne uscivano forzate. Lo scopo di questo lavoro non è tanto e solo il raccontare un’innegabile ingiustizia, ma quello di mostrare come la vicenda in oggetto costituisca conseguenza di un’ideologia capitalistica che fallisce nelle sue applicazioni e nelle azioni accetta un rischio, in cui le morti sul lavoro, pertanto, non costituiscono errore o sbavatura del sistema ma, in un contesto in cui il pil non cresce da 15 anni, in cui la classe politica ha fallito nel suo mandato e l’oligarchia al potere ha come obbiettivo la conservazione del potere stesso, in un contesto in cui non si fa ricerca e non si investe in sicurezza, queste morti sono eziologicamente legate al capitalismo ed al suo modo di concepirlo. Non esiste, infatti, la fatalità negli incidenti sul lavoro, si pensi al fatto che la mortalità domestica dei bambini è quasi pari a zero. Come mai? Le madri, in buona sostanza, sono in grado di prevedere le situazioni di pericolo, capacità di cui, a quanto pare, difetta un sistema che spende svariate centinaia di milioni di euro in strategie aziendali ed in super bonus appannaggio dei manager, ma non abbastanza in prevenzione e sicurezza. Mentre leggo avverto che le pagine di questo libro vibrano per l’indignazione, chiedo conto di questo a Meletti, ma lui mi risponde che quando si scrive l’attenzione di chi racconta deve essere concentrata sui contenuti, si deve rimanere super partes, in un’ottica di oggettività, senza inficiare la sostanza di ciò che si è scritto con stati d’animo che distrarrebbero la lettura.