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Antiles di Mario Medde

20 Maggio 2012 35 commenti

“Ciascuno di noi ha le sue porte, i suoi antiles”. Antiles, il titolo di un volume che già dalla copertina, caratterizzata da un battente in ferro degli anni Venti, preannuncia quello che sarà l’oggetto della narrazione, un viaggio attraverso gli antiles dell’autore, le porte del suo passato, della sua vita. Il racconto prende le mosse da alcuni brani tratti dal De Magistro di Agostino, e procede placido ed innocente anche se si è digiuni dell’opera del santo di origini africane. L’autore propone il ritratto a tutto tondo della Sardegna riuscendo a far scaturire l’essenza prima della sua terra, e lo fa con una prosa formalmente ineccepibile, con periodi brevi, precisi ed incisivi, rendendo la lettura non solo agevole, ma coinvolgente. Un sardo che legge è costretto a fare i conti con quello che lo circonda: con i resti di una terra che ha chiesto ai suoi figli molti sacrifici, ma ha donato loro la possibilità di essere unici in un luogo uguale a nessun altro, nel quale la macchia mediterranea e le erbe aromatiche confondono e portano alla malinconia. Sembra quasi di avvertire i profumi del cisto, del lentisco e del rosmarino che inebriano le narici, e su queste suggestioni  si è continuamente tentati di rimuginare sulle continue intersecazioni tra gli antiles della storia minima e quelli della storia massima, il susseguirsi delle diverse porte mostra, infatti, uno scenario narrativo nel quale i grandi eventi del secolo scorso fanno da sfondo agli altrettanto grandi eventi della giovinezza dell’autore. Emerge tra le righe della narrazione un’attenzione continua all’uomo in relazione ai fatti. E viene naturale, durante la lettura, varcare i propri antiles, alla ricerca del nostro passato, delle nostre verità. Ad arricchire il libello sono le illustrazioni di Sandro Dessì che concorrono a scandire ulteriormente il ritmo della narrazione.