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‘Ho ricamato il sapore’ di Pia Deidda

7 Dicembre 2010 28 commenti

culurgiones

Quello che segue è un tenero parto della sensibile mente dell’amica Pia Deidda. Un tuffo nella tradizione del “BELLO” sardo e del far arte anche in cucina. In poche righe Pia ridisegna i contorni della Sardegna e ce la fa rivivere come una bella favola facendoci allontanare, almeno per qualche minuto, dal mare in burrasca che trascina molti sardi alla ricerca di lidi che siano porto sicuro in questi periodi di forte instabilità. Girotrailibri si onora di fungere da canale per chiunque voglia fare suo questo gesto d’affetto che Pia porge generosamente.

Marianna distende con mani delicate e premurose la tela di bisso sul ripiano del tavolo. Passa e ripassa il palmo morbido per sentire la consistenza dell’ordito e della trama intrecciarsi sotto la lieve pressione. Chiude gli occhi, come fa di solito, quando compie questo gesto. Gesto che sa di attenzione e di cura. Gesto che nasce dalla sua sensibilità di giovane donna avvezza alla ricerca del bello.

Fra tutte le ragazze da marito del paese Marianna ha il corredo più ricco.

Corredo fine, corredo raffinato, frutto di un lavoro svolto dall’alba al tramonto per giorni e giorni con dedizione estrema.

Tovaglie, fazzoletti, teli da bagno, lenzuola, federe, centrini, sono nati sotto le mani delicate e forti di questa giovanetta che svolge questo compito come se fosse in suo possesso il gesto ultimo della creazione.

«Ha mani d’oro» dicono di lei le donne.

Marianna non se ne cura, adombra con un fare umile, gli elogi e i complimenti delle comari.

Per lei è pratica normale il ricamo, il macramè, l’uncinetto, il tombolo, il cucito; così come scegliere il tessuto migliore, cercare l’armonia dei colori, infilare spedita ma senza fretta il filo nella stoffa dandogli la giusta pressione e la corretta consistenza, formare nodini che s’intrecciano in delicati pizzi, avvitare frange, forgiare filè.

E così nel ricamo dalle sue mani e dal passare nella stoffa di delicati fili di colore pastello nascono fiori, pavoni, viticci e racemi che vanno a riempire in delicate campiture orli e risvolti, trine e balze.

«E non avete ancora visto il costume. Il corredo è nulla in confronto!» dice l’amica in un soffio lieve alle orecchie delle comari.

Marianna lo sa che nella grande cassapanca intarsiata di legno di castagno si cela il suo vero tesoro. Spesso quando è a casa da sola apre il pesante coperchio e s’incanta a guardare al suo interno.

Qualche volta, ma solo se è sicura di non poter essere disturbata, tira fuori tutto e lo posa sul letto; ed ecco che la bianca silente stanzetta si illumina di un fasto rilucente multicolore e chiassoso. Deve accostare gli scuri Marianna perché i bassi raggi del sole pomeridiano fanno troppo baluginare l’oro dei ricami.

Non ha lesinato di aureo filo Marianna quando evidenziava i contorni dei racemi e i pistilli all’interno dei fiori della gonna. Tocchi di luce ha infuso nei petali rossi e blu della blusa. E che dire della verzura dorata a punto pieno che prende rilievo nel grande sciallo nero? Si contano le ore di laborioso lavoro in quel tripudio di punti a catenella, a bandera, erba, crociati.

Ore che non sono state tolte ad altre mansioni, o vani trastulli, perché la vita di queste giovani donne è imperniata sulla costruzione di questi piccoli tasselli che andranno a costituire il mosaico della loro vita futura.

Nel chiuso delle loro stanze silenziose, o delle cucine rumorose, con la luce diretta che penetra dalla finestra, o con quella sghimbescia e tremolante della fiammella dei lumi, preparano frammenti della loro personale e autonoma vita domestica.

Verrà un giorno in cui fra parti recitate e frasi ad effetto ormai consuete anche Marianna esporrà in pubblico il suo corredo sul grande carro bardato a festa come i buoi che lo trascinano e sulle piatte canestre che le amiche porteranno in testa.

Il corredo prenderà la strada che dalla casa paterna conduce alla casa sponsale dove verrà riposto in un altro grande cassone intarsiato di legno di castagno che lo celerà insieme ad una nuova trovata intimità.

«Marianna vieni ad aiutarci a fare i culurgiones?» chiede la madre già circondata dal femmineo parentado.

Sono tutte intente a lavorare la pasta di semola e acqua; deve risultare un impasto morbido, ma tenace ed elastico. Le donne hanno risvoltato i bordi dei grandi fazzoletti sulla testa e rimboccato le maniche delle candide camicie. I polsi si piegano sotto l’impasto, qualcuna prende il matterello e comincia a stendere la pasta in una larga e sottile sfoglia circolare. Le giovinette sono addette al taglio con la tazza. Devono risultare cerchi perfetti e tutti uguali. Alcune di loro prendono l’impasto e lo collocano al centro. Si sprigiona nell’aria un incrocio di profumi diversi che sanno di patata bollita, strutto, formaggio fresco, aglio e menta. I sentori diversi si uniscono insieme e sanno di ripieno e di pienezza.

Marianna con il dito prende un po’ dell’impasto, l’annusa e chiudendo gli occhi lo porta alla bocca.

«Marianna che fai? le chiede guardinga l’amica.

Sorride la ragazza colta in fallo, ma non può proprio resistere alla bontà che si sprigiona da esso.

Che cose buone ha fatto il Signore, pensa.

E come siamo state brave noi donne a metterle insieme custodendole dentro questo involucro che ne conserva ed esalta profumo e sapore, aggiunge.

Nel frattempo le donne piegano i cerchi in tante mezzelune e con una forchetta ripassano il contorno per sigillarne l’interno come in una valva.

«Chiudete bene altrimenti si aprono durante la bollitura» dice l’anziana più esperta.

Lo dice sempre ogni volta che si fanno i culurgiones, ormai fa parte del rituale.

Marianna è nel gruppo delle giovani che devono saldare la mezzaluna. Osserva la pasta molle che ricopre il morbido impasto al suo interno. Soppesa la forma come fosse stoffa di lino, ne segue il contorno e il rigonfiamento. Lo prende in mano invece di lasciarlo disteso sul tavolo.

«Marianna che fai?» le chiede l’amica preoccupata.

Non si può uscire dagli schemi di una tradizione consolidata. Fuori da ogni logica di potere culinario femminile le dice uno spirito interno.

Marianna fa spallucce a se stessa e alla voce interiore e continua a soppesare fra la mano sinistra e le dita della mano destra quello spicchio di luna crescente che profuma di cucina famigliare.

Le dita di Marianna si muovono come mosse da una forza innata, la stessa che le fa spostare con grazia l’ago nei fili del ricamo.

Pizzicano le dita destra sinistra destra sinistra, la pasta si chiude lentamente. La pasta si chiude celermente a spighetta. Non ci pensa che un attimo, il finale è un pippiolino come di macramè.

«Zitta non dirlo» intima all’amica.

Prende un tovagliolo e cela all’interno il culurgiones segreto.

Solo più tardi Marianna segue la cottura dell’ultima portata. Gli uomini stanno già seduti da tempo al desco aspettando un’altra porzione. Il sugo di pomodoro e basilico colora di rosso il candore della pasta ripiena. Cucchiaiate di pecorino grattugiato spargono nell’aria un odore più forte e rustico.

Marianna immerge il suo ricamo e lo vede affondare nell’acqua che ribolle ormai sporca di patate che hanno cercato un varco fra la sigillatura. Aspetta con ansia che risalga. Fin quando ballando e sbandando sospinto dalle bolle riemerge. Lo scola Marianna, lo guarda, soppesa la chiusura come farebbe con un merletto dopo il lavaggio. Ha retto. Lo avvicina alla bocca, la spighetta crea una consistenza di pasta più dura, la cimasa un punto croccante. L’impasto all’interno è perfetto, morbido, profumato.

«Divino sapore» pensa Marianna mentre l’amica guardandola di sottecchi ammicca.

© Pia Deidda 2010

L’ultima Jana

21 Novembre 2010 11 commenti

L'ultima janaAll’interno di un dehors riscaldato, al centro di Torino, ascolto Pia Deidda che presenta “L’ultima Jana”. L’atmosfera è rilassata, sono state abbattute le barriere tipiche degli incontri ufficiali ed i partecipanti interagiscono con l’autrice, proprio come se si stesse prendendo un aperitivo in un buon salotto, discutendo di Janas, di cucina e di Sardegna. Pia ci racconta di tre Janas convenzionali, dotate di ali e conoscenze antiche che vivono senza avere contatti con la dimensione umana, occupandosi delle proprie faccende incuranti di quelle dell’uomo, e di Cicytella sorella di queste, ma con una spiccata propensione verso il mondo degli uomini che osserva con curiosità e simpatia. Vivono in una grotta all’interno della quale modellano l’argilla, eseguono ricami, lavorano l’oro e tessono ricche trame al telaio. Ma sono anche molto golose, pertanto parte del loro tempo è dedicato alla panificazione e allo sviluppo dell’arte culinaria. Chiedo a Pia che percorso ha dovuto compiere per arrivare a scrivere e lei candidamente mi risponde che di preciso non sa, ma aggiunge che la scrittura è un miracolo e quando deve arrivare arriva. Nel racconto i riferimenti alla cultura greca sono continui, un esempio per tutti è dato dalla figura di Elias che, con i suoi canti, diviene la memoria storica collettiva, figura tipica in una comunità che segue i dettami dell’oralità per tramandare le vicende su cui si sostiene lo spirito della comunità stessa, proprio come avveniva nel mondo greco che individua in Omero il paradigma dell’aedo; quindi chiedo conto di questo, ma Pia mi dice che racconta ciò che sa, ciò che conosce e che ha attinto dalla sua “sardità”. Il racconto inizia a prendere forma, nella mente di Pia, mentre si reca a Sadali, comune non lontano da Cagliari. Per arrivare a Sadali deve costeggiare un bosco e lì, forse percepisce un frullo d’ali, decide che il titolo della storia che scriverà, sarà “L’ultima Jana”, ed è cosi che racconta della sua Sardegna, delle tradizioni e delle antichissime superstizioni, delle abilità sviluppate per l’artigianato e dei forti aromi che circondano la Sardegna, consentendo al lettore di fare un viaggio privilegiato sulla bella e profumata isola.